"Il campo che si apre al musicista non è una povera gamma di sette note, ma una gamma incommensurabile, ancora quasi completamente sconosciuta, in cui soltanto alcuni di milioni di tasti di tenerezza, di passione, di coraggio, di serenità che la compongono sono stati scoperti da alcuni grandi artisti"
Marcel Proust
Pubblicato il mercoledì 07 luglio 2010

Vincenzo Mastropirro

Tretìppe e martìdde – Questo e quest’altro

Giulio Perrone Lab Editore, Roma, 2009

Nota di lettura di G. Lucini

L’aspetto sorprendente di questa raccolta in versi scritta nel dialetto di Ruvo di Puglia, patria di un ottimo vino rosso e del nostro autore, ottimo flautista e ottimo poeta, è l’improvviso cambio di registro dalla raccolta precedente (Nudosceno, per i tipi di Lietocolle) scritta in lingua.  Lo nota nella sua acuta introduzione Luigi Matropoli e l’ho subito verificato sin dalle prime poesie.  Se Nudosceno è la poesia di un uomo “gettato” nella modernità e vi reagisce come un leone in trappola, il ritorno al dialetto (che è anche il ritorno al passato) rappresenta l’arresto, la pausa di riflessione, la ricerca di senso attraverso la rielaborazione della propria e primitiva esperienza in seno a una comunità linguistica e culturale decentrata, appartata come a difesa dal mondo e dal suo non-senso.  Quel mondo che, proprio negli anni dell’infanzia del nostro poeta, Pasolini celebrava nei suoi scritti con un groppo alla gola, non certo di nostalgia per le condizioni di vita, ma perché portatore di valori che la modernità considera(va) obsoleti.  In un certo senso (vedi ad esempio nella poesia La murgia, a pag. 23, presentata anche all’edizione 2008 del Turoldo) anche Mastropirro prova questa acuta sofferenza, perché “Quando non riesci più a trovare / le orme che ti sei lasciato dietro // vuol dire / che ormai davanti a te / è pronto un burrone” (pag. 71).

Partendo da questo orizzonte, il libro pian piano riacquista la dimensione del presente esattamente come capita in un rito di magia: il passato senza tempo e senza spazio del racconto mitico-magico, viene revocato per portare l’equilibrio nel male da guarire col rito magico.  In questo senso interpretiamo i versi di pag. 81, dove l’autore scrive: Ora, sta per tornare la luce / e il mio cervello è stanco.

La raccolta ha quindi diverse prospettive interpretative.  La prima, che chiameremo “pasoliniana”, è quella del nostalgico ricordare e salutare (ma anche far rivivere) una civiltà che ogni giorni di più vene sepolta.  La seconda è la rievocazione, attraverso la lingua, di quel mondo, quasi in un rito mitico-magico di rinnovamento, una sorta di ritrovamento di se stesso, una conferma di sé nella ricerca della memoria.  La terza è la sferzante rivendicazione di un ruolo ancora moderno al dialetto, trattando tematiche affatto moderne in un linguaggio che si vorrebbe morto e senza letteratura e che invece si dimostra vivo e, anzi, rinnovatore.  Chi scrive non sa leggere molto bene i versi (originali) nel dialetto, se non confrontandoli con la tradizione in lingua, peraltro molto curata e poetica essa stessa.  Ma questi tre (fra i moltissimi, naturalmente) “tagli” diversi nel leggere questi versi, sono facilmente sperimentabili.

Davvero libri del genere, fanno venir voglia di tornare al dialetto, rivisitarlo, per dare forza a una lingua italiana esausta e barbaramente maltrattata dall’impoetico.

Poesie da Tretìppe e martìdde

Me vaite ind’a nu fìàure de carte

forte e coloròte.

Stoche chiandòte ind’a la tìerre

‘nanze a la tómbe d’attaneme

ca se sté a pisciò sòtte da rè resòte.

L’addemanne: “peccè stè a réire?”

ed idde la spicce subete.

Senza parlò vogghje sdradecamme e scappò

ma m’arrecùorde ca nan pùozze.

U terrene me mange a picche a picche

la paghiure me pigghje ma

pe fertìune m’arrecùorde d’esse nu fìàure de carte

e nan’ pozze meréje.

Mò capisce rè resòte d’attaneme.

*

Mi ritrovo in un fiore di carta

forte e colorato.

Sono piantato nella terra

davanti alla tomba di mio padre

che si sta scompisciando dalle risate.

Gli domando: “perché ridi?”

e lui smette immediatamente.

Senza parlare vorrei sradicarmi e scappare

ma mi accorgo che non posso.

Il terreno mi ingoia a poco a poco

il terrore mi assale ma

per fortuna ricordo di essere un fiore di carta

e non posso morire.

Ora capisco le risate di mio padre.

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