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Pubblicato il domenica 31 Marzo 2013
Pubblicato il domenica 31 Marzo 2013

mater_dolorosa

nuovo CD Digressione Music marzo 2013 http://www.digressionemusic.it/

             Mater Dolorosa

   Stabat in nove quadri su laudi dialettali pugliesi

musiche di Vincenzo Mastropirro

 “MASTROPIRRO ERMITAGE ENSEMBLE

Vincenzo Mastropirro, propone in questa composizione, un viaggio attraverso il dolore della Madonna nel corso della Passione. E, come nelle tradizione di Mastropirro, questo viaggio avviene utilizzando strumenti di comunicazione ritenuti popolari. Questa volta il medium è il dialetto pugliese. Le stazioni di “Mater dolorosa” sono costruite utilizzando altrettante laudi dialettali della nostra regione. E l’effetto è realmente commovente, commovente come l’antico lamento delle prefiche.

Pubblicato il martedì 26 Ottobre 2010

Novità Pubblicazione del LIBRO/CD/DVD

LietoColle ed. Faloppio Co 2010

“La bambina cieca e la rosa sonora”

testo per musica di Anna Maria Farabbi

musica di Vincenzo Mastropirro

video di Massimo Achilli

disegni Paolo Sciancalepore

Mastropirro Ermitage Ensemble

Enrica Rosso voce recitante

Vincenzo Mastropirro flauti/direzione

Nicola Pisani sax sopr/bar

Domenico Bruno pianoforte

Luigi Morleo percussioni

(per l’acquisto del lavoro ordinare qui)

http://www.lietocolle.info/

Premio Lorenzo Montano XXV ed. 2011- esiti

La bambina cieca e la rosa sonora
Segnalazione speciale per il rapporto tra la Poesia e le Arti

Anna Maria Farabbi con Vincenzo Mastropirro (musica), Massimo Achilli (interventi visivi), Paolo Sciancalepore (disegni)

http://www.anteremedizioni.it/xxv_edizione_2011

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Pubblicato il venerdì 17 Settembre 2010

…E LA NAVE VA…

Nel mese di agosto 2010, è uscito il volumetto
A.A.V.V.   Pugliamondo un viaggio  in versi,  Edizioni  ACCADEMIA di TERRA d’OTRANTO  – NEOBAR,  che raccoglie i testi dei poeti che si sono esibiti ad Alessano (Le)  nella splendida cornice di Palazzo Legari nell’ ambito del l’ XI edizione del Festival internazionale  Il Montesardo organizzato con il sostegno della Regione Puglia: Franco Corlianò, Vincenzo Errico, Annamaria Ferramosca, Abele Longo, Vincenzo Mastropirro, Pierluigi Mele, Francesca Pellegrino, Pasquale Vitagliano.

Il progetto grafico e l’ impaginazione sono a cura di Nadia Esposito e Doriano Longo.

Le illustrazioni sono di Nadia Esposito.

Pugliamondo si  presenta come un gradevole tascabile sulla cui copertina campeggia in un piccolo mare una minuscola barca, quasi un guscio di noce, dotata di una grande, grandissima vela:  la vela della poesia che dalla Penisola Salentina prende il largo per  arrivare fino a noi.  Il volume si può contenere nel palmo di una mano, come l’ imbarcazione del disegno, ma la musica che ne proviene si  espande come un vento che gonfia le vele e ci conduce in un altrove incantato.

acqua di bottiglie che difendono

la soglia del tuo frainteso

assalto ch’ è solo tregua per un sonno

caldo, l’ ultimo di gatta.

Pierluigi Mele

Sembra di essere trasportati nel “vasel” di Guido Cavalcanti, Lapo Gianni e Dante Alighieri. A dire il vero, trovo che,  i poeti della Terra di Puglia, non hanno nulla da invidiare ai trovatori di Provenza, né a Dante, né a Petrarca , che di quelli furono attenti lettori, in quanto ad audacia, coraggio, cortesia, ricercatezza stilistica, rigore formale.

Cande ‘nanz ‘  a tutte

e me sènde nu domatore de canzòne.

Tuste e sènza pìetò cande canzòne all’ addavère

Canto davanti a tutti

e mi sento un domatore di canzoni.

Duro e senza pietà canto canzoni vere

Vincenzo Mastropirro

Si respira in questi versi  un’aura di autenticità e di originalità che rende ogni singolo componimento un canto in cui, nonostante non sia presente la rima,  prevale l’ oralità: un canto che sembra essere stato scritto per la recitazione e per un destinatario che deve ascoltare piuttosto che leggere.  “Trobar” significa non soltanto comporre poesie, ma anche comporre musica, inventare una melodia: nel caso degli autori pugliesi possiamo parlare di ritmi, accordi, sequenze che si sposano alle soluzioni stilistiche di ciascuno di loro, ma che utilizzano elementi  della tradizione e non  solo.

E non più PAROLE, ma

SCHIAFFI!

non è più il  tempo

delle preferenze:

Vuoi? Credo…

DICO!

Ripiomberà il tempo

sofferente del silenzio,

acclamato in delirio.

Pasquale Vitagliano

Il suono di Pugliamondo è voce  che si espande dall’ antichità ai nostri giorni, dal griko al dialetto di Ruvo ad altri dialetti alla lingua italiana, in una contaminazione feconda che abbraccia i vari stili nella concretezza espressiva  di autori che hanno con la loro Terra un legame irrescindibile, materico, sostanziale  che connota un dire mediterraneo sonoro, profondo, solare anche quando parla della morte, di un addio, della solitudine.

E penso che ognuno

ha la sua casa. Io ho la mia . E di solito non

mi sorride, né parla molto. Né sa nuotare

Resta zitta, sui silenzi che pensavo solo miei.

Come se ne avessi, in qualche modo,

l’ esclusiva triste tra le labbra cucite.

Francesca Pellegrino

E’ un  “trobar leu” , un parlare chiaro e forte che mai si perde nello smarrimento,  nello sconforto, nello scacco. Lo sguardo al mondo, alla realtà è ancorato a salde radici che rendono l’ appartenenza  ad un territorio, ad una tradizione, ad una storia locale il luogo privilegiato d’osservazione che impedisce al vissuto di ripiegarsi su stesso, ma che, anzi, infonde al canto un vigore nuovo che percorre le vie di una mare che si fa mondo, accoglienza, stupefacente armonia.

Se chiudere gli occhi portasse all’ oblio,

invece che allo scorrere a ritroso del tempo,

alle carte azzurro solcate dalla penna che

affonda

o all’ anima che sbraita.

Vincenzo Errico

E’ come se gli autori fossero su una zattera  dispersa nell’ oceano globale in cui siamo tutti, ma  saldamente ancorata a se stessa , non disposta a lasciarsi sommergere dai flutti.  E’ come se in una realtà svilita ed annichilita la nave della poesia  prendesse nuovamente a solcare il mare e tracciasse una via; come se il giorno e la notte tornassero ad inseguirsi all’ infinito in una schermaglia di colori e sfumature che non ha l’eguale;  come se il tempo riprendesse a battere da un luogo lontano che si fa vicino.

Kratènnonta ti chèra-ssu,

Lulùdi vùrlu,

s’ èperna na trèchome ton nerò,

su èddione strìddia

stin àgra attin tàlassa

ce olu tus ìpunu-mma èddione

es mìa buttìja.

Tenendoti per mano,

Fior di ginestra,

ti porterei a rincorrere le onde,

conchiglie ti donerei

sulla battigia

e affiderei tutti i nostri sogni

ad una bottiglia.

Franco Corlianò

Pulsa Pugliamondo al ritmo di una parola poetica viva, portatrice di senso, di bellezza; testimonianza di un esistere in cui l’ emancipazione è anche identità,  la partenza è ritorno al nucleo fondamentale di sé: la Terra in cui si è nati, il luogo spazio-temporale da cui si proviene.

amo la terra dei miei padri

come tu ami la terra dei tuoi padri

ho il mare nelle braccia

la terra nella testa

in cuore la mia casaperta

salda come un dolmen

nel rosso amaro del tramonto

Annamaria Ferramosca

Pugliamondo scuola di poesia per la varietà degli stili, dei contenuti, delle proposte…e se tutto ricominciasse da qui, di nuovo?

coi solchi chiusi

alle falesie

dove il mare

fa da ponte

all’ universo.

Abele Longo

Non resta  che aprire il libro e lasciarsi andare…

Roma, 15 settembre 2010

Rosaria Di Donato

Pubblicato il giovedì 02 Settembre 2010

Venerdi 10 Settembre 2010 ore 21.00

CONCERTO
“Musica Lontana”

Musiche di V. Mastropirro, poesie V. Curci

Georgia Sylleou   Voce

Sakis Papadimitriou Piano

Vincenzo Mastropirro  Flauti

Vittorino Curci Sax

Agamemnon Mardas Contrabbasso

Xristos Germenoglou Percussioni

E’ un viaggio sospeso tra musica  poesia che accomuna la sensibilità artistica dei musicisti, nel trasformare in maniera originale testi poetici di alto valore lirico con suoni che coinvolgono e avvolgono l’ascoltatore.

Il programma è basato sul progetto “Musica Lontana” con musiche originali scritte da V. Mastropirro su poesie dialettali di V. Curci, con l’integrazione di antiche canzoni greche e dell’area mediterranea

Le canzoni sono interpretate dalla versatile voce di Giorgia Sylleou, sostenute dal geniale e fantasioso pianismo di Sakis Papadimitriou e dalle molteplici evoluzioni improvvisate di  Vincenzo Mastropirro ai flauti e Vittorino Curci al sax, sorrette dal contrabbasso di Agamemnon Mardas e  dalle percussioni di Xristos Germenoglou.

Questa collaborazione nasce dall’amore comune dei musicisti per la poesia.

Questo progetto ha ottenuto riconoscimenti lusinghieri al Festival Mediterraneo 2000 e 2004 di Bisceglie e Conversano (Italia) e al Festival Etno-Jazz 2000 di Ioannina (Grecia).

I musicisti vantano singolarmente una storia artistica di rilievo,avendo maturato nel tempo esperienze nella musica classica, jazz ,contemporanea, etnica, multimediale,sperimentale e della musica improvvisata, facendo parte di gruppi e formazioni eterogenee.

Hanno all’attivo numerose tournèe internazionali per importanti istituzioni musicali e molte incisioni discografiche con note etichette specializzate:

Leo Records, InSitu, Ank,Lyra Records, WarnerFonit, Bongiovanni,

Musicaimmagine, Rugginenti, Phoenix Classics, Enja, Terre Sommerse ed altre ancora.

Pubblicato il mercoledì 07 Luglio 2010

Vincenzo Mastropirro

Tretìppe e martìdde – Questo e quest’altro

Giulio Perrone Lab Editore, Roma, 2009

Nota di lettura di G. Lucini

L’aspetto sorprendente di questa raccolta in versi scritta nel dialetto di Ruvo di Puglia, patria di un ottimo vino rosso e del nostro autore, ottimo flautista e ottimo poeta, è l’improvviso cambio di registro dalla raccolta precedente (Nudosceno, per i tipi di Lietocolle) scritta in lingua.  Lo nota nella sua acuta introduzione Luigi Matropoli e l’ho subito verificato sin dalle prime poesie.  Se Nudosceno è la poesia di un uomo “gettato” nella modernità e vi reagisce come un leone in trappola, il ritorno al dialetto (che è anche il ritorno al passato) rappresenta l’arresto, la pausa di riflessione, la ricerca di senso attraverso la rielaborazione della propria e primitiva esperienza in seno a una comunità linguistica e culturale decentrata, appartata come a difesa dal mondo e dal suo non-senso.  Quel mondo che, proprio negli anni dell’infanzia del nostro poeta, Pasolini celebrava nei suoi scritti con un groppo alla gola, non certo di nostalgia per le condizioni di vita, ma perché portatore di valori che la modernità considera(va) obsoleti.  In un certo senso (vedi ad esempio nella poesia La murgia, a pag. 23, presentata anche all’edizione 2008 del Turoldo) anche Mastropirro prova questa acuta sofferenza, perché “Quando non riesci più a trovare / le orme che ti sei lasciato dietro // vuol dire / che ormai davanti a te / è pronto un burrone” (pag. 71).

Partendo da questo orizzonte, il libro pian piano riacquista la dimensione del presente esattamente come capita in un rito di magia: il passato senza tempo e senza spazio del racconto mitico-magico, viene revocato per portare l’equilibrio nel male da guarire col rito magico.  In questo senso interpretiamo i versi di pag. 81, dove l’autore scrive: Ora, sta per tornare la luce / e il mio cervello è stanco.

La raccolta ha quindi diverse prospettive interpretative.  La prima, che chiameremo “pasoliniana”, è quella del nostalgico ricordare e salutare (ma anche far rivivere) una civiltà che ogni giorni di più vene sepolta.  La seconda è la rievocazione, attraverso la lingua, di quel mondo, quasi in un rito mitico-magico di rinnovamento, una sorta di ritrovamento di se stesso, una conferma di sé nella ricerca della memoria.  La terza è la sferzante rivendicazione di un ruolo ancora moderno al dialetto, trattando tematiche affatto moderne in un linguaggio che si vorrebbe morto e senza letteratura e che invece si dimostra vivo e, anzi, rinnovatore.  Chi scrive non sa leggere molto bene i versi (originali) nel dialetto, se non confrontandoli con la tradizione in lingua, peraltro molto curata e poetica essa stessa.  Ma questi tre (fra i moltissimi, naturalmente) “tagli” diversi nel leggere questi versi, sono facilmente sperimentabili.

Davvero libri del genere, fanno venir voglia di tornare al dialetto, rivisitarlo, per dare forza a una lingua italiana esausta e barbaramente maltrattata dall’impoetico.

Poesie da Tretìppe e martìdde

Me vaite ind’a nu fìàure de carte

forte e coloròte.

Stoche chiandòte ind’a la tìerre

‘nanze a la tómbe d’attaneme

ca se sté a pisciò sòtte da rè resòte.

L’addemanne: “peccè stè a réire?”

ed idde la spicce subete.

Senza parlò vogghje sdradecamme e scappò

ma m’arrecùorde ca nan pùozze.

U terrene me mange a picche a picche

la paghiure me pigghje ma

pe fertìune m’arrecùorde d’esse nu fìàure de carte

e nan’ pozze meréje.

Mò capisce rè resòte d’attaneme.

*

Mi ritrovo in un fiore di carta

forte e colorato.

Sono piantato nella terra

davanti alla tomba di mio padre

che si sta scompisciando dalle risate.

Gli domando: “perché ridi?”

e lui smette immediatamente.

Senza parlare vorrei sradicarmi e scappare

ma mi accorgo che non posso.

Il terreno mi ingoia a poco a poco

il terrore mi assale ma

per fortuna ricordo di essere un fiore di carta

e non posso morire.

Ora capisco le risate di mio padre.

Pubblicato il domenica 13 Giugno 2010
Astor [ovvero letture e improvvisazioni a ritmo di tango]

Una composizione da premio
Questo lavoro è stato scritto da Vincenzo Mastropirro, navigato ed eclettico docente di scuola media a indirizzo musicale, per una nutrita orchestra di preadolescenti, che può a ragione dirsi rappresentativa degli strumenti impartiti in quell’ordine di scuola: flauto, clarinetto, tromba, violino, violoncello, chitarra e pianoforte, oltre a un nutrito gruppo di percussioni indeterminate, realisticamente affidabili all’usuale pletora di pianisti disoccupati.
L’organico è peraltro mobile e componibile, come l’autore e la scrittura stessa suggeriscono, tanto che l’intensa esecuzione live dei ragazzi della SMIM “Monterisi” di Bisceglie (BA), disponibile in video su YouTube, non si avvale delle sezioni di clarinetti e violoncelli, inserite invece nella partitura oggetto delle nostre riflessioni.
Astor, che già nel titolo tradisce l’omaggio al famoso compositore argentino Piazzolla, ha vinto il primo premio come miglior esecuzione e miglior composizione al “Primo Concorso Nazionale per Scuole Medie a Indirizzo Musicale” di Todi, nel maggio 20091 .
Chi ben comincia …

Scrittura modulare e coinvolgimento motorio
A parte l’ovvia constatazione che si tratta di un brano strutturalmente semplice, linguisticamente e stilisticamente riconoscibile e, soprattutto, molto coinvolgente sul piano motorio (quindi molto attraente per i ragazzi), alcune sue caratteristiche lo avvicinano a una visione laboratoriale, non solo esecutiva, della musica d’insieme:
a) alcune sezioni, in particolare quelle percussive, sono concepite come moduli, potenzialmente aperti a operazioni di variazione e improvvisazione;
b) è prevista una sezione aleatoria pre-finale, nella quale si possono inserire interventi improvvisativi che vanno anche oltre quelli presenti in partitura; del resto, anche la progressiva concitazione richiesta dal modulo delle bb. 39-40 (vedi pagina a fianco) può realizzarsi più efficacemente con una sorta di “happening” collettivo;
c) alcuni profili melodici si prestano all’introduzione estemporanea di ornamentazioni e brevi espansioni (ad esempio, le note lunghe di flauti, clarinetti e violini);
d) la presenza, nel gruppo, di uno o due chitarristi elettrici può suggerire l’aggiunta di un’ulteriore sezione improvvisativa, da assegnare a quel timbro sulla base dei suoni componenti gli accordi scritti.

Prepararsi al tango e andare oltre
Nonostante il pattern ritmico complessivo caratterizzante la popolare danza argentina possa connettersi più a una certa eccitazione neuro-muscolare che a una costruzione mentale razionale e risulti perciò facilmente memorizzabile da parte dei ragazzi, a prescindere dalla lettura, la diffusa presenza di sincopi suggerisce l’avvio di attività collaterali di rinforzo. Un breve laboratorio su strutture ritmiche connesse col tango a vario livello (geografico, etnico, culturale)2, oltre a costituire attività viva e divertente, potrà rivelarsi estremamente utile, sia per rendere più sicura l’esecuzione, sia per dare ai ragazzi quella padronanza motoria e mentale sulla quale poter costruire anche semplici improvvisazioni che non snaturino il groove sincopato dell’originale e il suo specifico sound.
Naturalmente, anche le improvvisazioni degli strumenti melodici vanno convenientemente sostenute, assegnando ai ragazzi coinvolti delle riserve sonore tonali o modali congrue rispetto alle sottostanti armonie (in tal senso, l’improvvisazione “flamenco” della pianista nel videodocumento è esemplare per fantasia e padronanza), fino a giungere a una versione tutta improvvisata, che dell’originale di Mastropirro conserva intatto solo lo sfondo ritmico e armonico. Ciò implica anche la possibilità di riscrivere completamente il pezzo, adattandolo alle esigenze tecniche di ragazzi al primo anno di studio strumentale, operazione che senz’altro consigliamo: le difficoltà di un brano non ne decretano l’interesse estetico e didattico, così come la sua estrema semplificazione non ne vanifica per
forza il senso. Un tango è sempre un tango. A meno di non cambiare danza …

Perché “Astor” può far bene alla salute?

Quella musicale, s’intende. Perché suonare pezzi così coinvolgenti rinforza l’affiatamento dei gruppi che già da qualche anno lavorano insieme, ma aiuta anche l’insegnante a costruirlo con quelli nuovi. In particolare, qui si presentano incastri ritmici, che richiedono un costante ascolto reciproco, e interventi “a solo”, che permettono di valorizzare le competenze differenziate dei singoli membri dell’insieme mettendole a disposizione di tutti.
Se poi l’insegnante saprà condurre la concertazione in modo da lasciare sempre maggiori spazi all’autonomia del gruppo (direzione dall’interno del gruppo anziché dal podio, prove a sezioni di volta in volta gestite dagli stessi allievi), rinforzando con ascolti mirati la tenuta della pulsazione e la fluidità dei pattern ritmici, arriverà il giorno emozionante in cui potrà ballare il tango con la sua collega di scienze motorie (rosa tra i denti compresa), accompagnato dai suoi ragazzi, che Astor se lo sapranno suonare benissimo e senza bisogno di lui!

Pubblicato il sabato 05 Giugno 2010

Scrèive museche d’avanguardije
ca assemigghje a Romagna mia.

U pentagramme me sckute ‘mbacce
e re note me guardene sott’ucchje
pe cume le fazze sckèife.

“E’ nu tre-quarte” dèiche
ma nan’ volene senò.

Nan’ neghe ca l’oregenaltò è lendòne
ma u pizze pìosce alla ‘ggìende

però, forse è u vere, u pìzze nan’ è tanda ‘bbune
e re note ònne rasciaune a sckutamme ‘mbacce

“…è nu ‘bbune pizze de mìerde…”

Recanuosce u errore.
Me fìerme. Reflìette.
Fazze nu respèire e cangèllaisce tutte.

Vaite merèje re note un’alla-vuolte
sotte le colpe sechiure de la gùomme.

Scrivo musica d’avanguardia/ che somiglia a Romagna mia.//
Il pentagramma mi sputa in faccia/ e le note mi guardano di sbieco/ per quanto gli faccio schifo.//“E’un ritmo tre quarti” dico/ ma non c’è verso di farle suonare.//
Non nego che l’originalità è lontana/ ma il pezzo piace alla gente.//però, forse è vero, il pezzo non è tanto buono/e le note hanno ragione a sputarmi in faccia// “…è un gran bel pezzo di merda…”.//Riconosco l’errore./ Mi fermo. Rifletto./ Faccio un respiro e cancello tutto.// Vedo morire le note una alla volta/ sotto i colpi sicuri della mia gomma.

Pubblicato il domenica 16 Maggio 2010

L’ORCHESTRA MONTERISI BISCEGLIE è formata da 100 ragazzi
fantastici ed ha suonato il 13 maggio in maniera straordinaria al
Parco della Musica di Roma (sala Sinopoli) alla V rassegna dell’AGIMUS.
Poi il giorno dopo ha ottenuto il 1° PREMIO assoluto al II concorso U. Giordano di
Foggia. Un abbraccio a tutti i ragazzi e ai miei splendidi AMICI/colleghi…e alla preside.

Musiche di G. Gershwin, J Williams, V. Mastropirro


Rosa Minervini, Salvatore Barile, Mimmo Bruno, Mirella Sasso, Clelia Sguera, Gianni Ciliberti, Antonio Cucumazzo, Gaetano Simone

Pubblicato il domenica 02 Maggio 2010

Tretìppe e martìdde, questo e quest’altro

Posted by lapoesiaelospirito on April 29, 2010

Vincenzo Mastropirro, Tretìppe e martìdde, questo e quest’altro, Giulio Perrone, LAB.

di Pasquale Vitagliano

Stoche a pizz’, proprie a pizz’/ cume re furme stròne fatte da mamme/ pronte pe d’esse mangiate/ da vocche tercìute/ cu’ le dinde malòte (Sono a pezzi, praticamente a pezzi/ in forme strane scolpite da mia madre/ pronto per essere mangiato/ da fauci mostruose/ con denti cariati). La poesia dialettale di Vincenzo Mastropirro andrebbe ascoltata, e senza bisogno di traduzione. Se ne coglierebbe subito la prima qualità, l’essere tridimensionale, plastica, sonora, appunto. E’ dunque una poesia plurisensoriale, prima e al di là di ogni riflessione linguistica e semantica sull’uso del dialetto. Questo lo si sente subito per la sua forza di evocazione: suoni e immagini.
La pete de la poesèje/ sbatte contre ‘nu mure de plastiche/ e u ‘nzaperisce d’acqua corrìende (…) (La pietra della poesia/ sbatte contro un muro di plastica/ e lo insapora d’acqua corrente). Tretìppe e martìdde, a partire dal titolo, che trae significato dal suo stesso suono battente, i versi liberamente – ma non a caso – costruiti, le frequenti cerniere tra una strofa e l’altra, a farne anche da contrappunto, possiedono la fissità visionaria di pietre erratiche staccate da una cattedrale romanica e sparse dentro una modernità smarrita, messa in attesa: “(…) Vi consigliamo di non riagganciare/ per non perdere la priorità acquisita”. (…) Po’ nan ‘nge la fazze cchjue/ (…) e accummènze a parlò cume dich’eje (Poi non ce la faccio più/ e comincio a parlare come dico io).
La vocche de ‘nu anemòle/ se storce tùotte e me fosce sckèife (Le fauci di una belva/ fanno le boccacce e mi fanno schifo). (…) So ber’ fatte? Sicce… Assemighje/ a ‘nu quadre de chire pettòre stròne,/ chire ca pìttene facce sterciòte./ Comungh’/ meghje sterciòte ca fàtue (Sono bellissimo? Mah chissà… Somiglio/ a un quadro di quei pittori strani,/ quelli che dipingono facce mostruose./ Comunque/ meglio brutto che scemo). La poesia dialettale di Mastropirro possiede il medesimo spessore icastico delle maschere apotropaiche che continuano ad adornare ancora oggi muri e balconi della nostra Puglia petrosa. Queste non svolgono più la loro funzione di esorcizzare demoni e allontanare le energie negative; non separano più il mondo dei vivi da quello dei morti, anzi, ormai, riuniscono, riconducono la nostra liquida quotidianità dentro il seno denso della memoria e della tradizione, spesso più espressivo e dunque più vitale della nostra contemporaneità. Anche questa lingua “ruvese” riallaccia la vita alle sue fonti energetiche originarie, con ironia e commozione, lontano da intenti etnografici, immune da risvolti folkloristici.

Inde a la vèite, spisse/ s’è costrìette a fò chere ca nan’ se vole./ Cadèime sèmbe ‘ndìerre/ e n’acchiòme sotte a ‘na mundàgne/ d’umanetò inutele/ cume chera dèi/ quante m’acchjbbe ‘ngùdde/  re mone de ‘nu fandàsme/ e nan’ sapìbbe reagèje/ pe mancanze de chegghjune (Nella vita, spesso,/ si è costretti a quello che non si vuole./ Cadiamo sempre a terra/ e ci troviamo sotto una montagna/ di umanità inutile/ come quel giorno/ quando mi trovai addosso/ le mani di un fantasma/ e non seppi reagire/ per mancanza di palle). Questo poesia produce nel lettore un originale effetto sincretico: il testo dialettale suona vivo e fresco come un esperanto, mentre la traduzione rivendica la forza del passato. Lo coglie molto bene Luigi Metropoli nell’introduzione, là dove, a conferma delle qualità mimetiche e metamorfiche del dialetto, parla di “miracolo della trasformazione dovuta alla natura ancipite di questa lingua-non-lingua, a metà strada tra la parlata e il gesto, tra il pensiero e le cose, intimamente legata ad un’epoca remota, eppure tangibile, di carne”.
Tra niue/ nan ‘ngè stòte me ‘nu momènde aggarbòte./ (…) U cervìdde s’ammasse/ e criesce cume la paste de le panzerùtte./ (…) Ogne panzerùotte è agnìute de veretò/ mozzarèlle e veretò./ Mègghie mangiò/ ‘nzime au agnìute mezzicuòme velène (Tra noi/ non c’è stata mai chiarezza/ (…) Il cervello si ammassa/ e cresce come la pasta dei panzarotti/ (…) Ogni panzarotto contiene verità/ mozzarella e verità./ Meglio mangiare/ con il ripieno mastichiamo veleno). La lingua di Mastropirro – lo chiarisce Francesco Marotta, associando l’autore ad Albino Pierro, nella sua nota critica al testo – finisce per essere insieme corporea e metafisica, crea un “senza-luogo” archetipo, illumina il passato e lo re-inventa “con la sua stessa assenza”, coma una “lingua-madre, arcaica eppure “bambina”, rendendolo esemplare.
(…) La vite de ‘na fiemene/ è sèmbe ‘bbone/ senza besùgne d’iegne/ arede e inutile carte bollòte (La vita di una donna/ e ben spesa sempre/ senza bisogno di riempire/ aride ed inutili carte bollate).

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